Cos’è il counseling in Analisi Transazionale
La tua vita è una storia che stai già recitando. Il counseling ti offre uno spazio per guardarla da un altro punto di vista, senza che qualcuno decida al posto tuo.
Prima sessione gratuita
Chi guarda la scena da fuori vede ciò che da dentro non si vede.
Il counselor, per come intendo io questo lavoro, somiglia a un regista che non sale sul palco. Non scrive il tuo testo e non recita la tua parte. Osserva insieme a te ciò che accade, ti aiuta a riconoscere le battute che ripeti e a capire se desideri continuare a recitarle.
Non è un percorso per diventare qualcun altro. È una relazione di ascolto che permette di comprendere meglio ciò che stai vivendo nel presente.
Il counseling non è motivazione e non è una pacca sulla spalla. È uno spazio in cui puoi fermarti sotto il tuo albero e osservare che cosa sta succedendo. Senza essere spinto, senza essere giudicato, senza dover dimostrare subito di essere cambiato. Perché a volte la prima cosa utile non è muoversi. È vedere.
Tre lavori diversi, con tre punti di ingresso diversi.
Lavora in profondità sulla ferita, sulla storia passata, sulla struttura della sofferenza. È un lavoro terapeutico, quasi sempre più lungo, necessario quando c’è un disagio importante.
Lavora su obiettivi, azioni, risultati, strategie. È utile quando hai una meta abbastanza chiara e vuoi allenarti a raggiungerla.
Il passato conta, ma il punto di ingresso è il presente: che cosa sta succedendo adesso? Adesso è quando devi scegliere.
Una lingua semplice per leggere quello che accade dentro di noi e nelle relazioni.
L’Analisi Transazionale, in sigla AT, è una teoria della psicologia delle relazioni. Parte da una domanda concreta: che cosa succede davvero quando due persone parlano, e che cosa succede dentro ciascuna di loro mentre lo fanno?
Per rispondere offre pochi concetti chiari, che si riconoscono subito nella vita di ogni giorno: gli Stati dell’Io, le transazioni, il copione di vita, i giochi, i permessi.
Per questo si usa nel counseling, nell’educazione, nelle organizzazioni. E per questo mi è sembrata il linguaggio giusto anche per il teatro: in fondo è la stessa intuizione, rendere visibile su una scena quello che di solito resta invisibile.

Uno psichiatra che voleva parlare di psicologia con parole comprensibili.
Eric Berne nasce a Montréal nel 1910 e muore nel 1970. È uno psichiatra, formato nella psicoanalisi, e lavora in California. Negli anni Cinquanta ha un problema con la psicoanalisi del suo tempo: la trova troppo lunga, troppo oscura, troppo riservata agli esperti.
Così inventa un linguaggio per parlare di quello che succede dentro le persone usando parole che le persone capiscono. La chiama Analisi Transazionale.
Nel 1964 pubblica Games People Play, che diventa un successo mondiale. Il libro sul copione, in italiano Ciao!… e poi?, esce nel 1972, dopo la sua morte.
Nasce a Montréal.
Elabora l’Analisi Transazionale.
Esce Games People Play, il libro che porta l’AT al grande pubblico.
Muore nel 1970. Due anni dopo esce il libro sul copione.
Perché studia gli scambi, non le persone isolate.
Una transazione è uno scambio: uno stimolo e una risposta. Dico una frase, tu rispondi. Ogni conversazione è una catena di transazioni.
Prendi un esempio banale. “Come stai?” “Bene, grazie, e tu?” “Tutto bene.” Nessuno dei due vuole davvero sapere come sta l’altro. Eppure lo facciamo ogni volta, con le stesse identiche parole. È un rituale, e anche questo è una transazione.
Berne si accorge che in ogni scambio non parlano due persone intere, ma due parti: una parte di me parla a una parte di te. Se le parti si incastrano, la conversazione scorre. Se non si incastrano, arrivano il malinteso, il silenzio, la lite.
Il nome viene da qui: l’AT guarda che cosa succede nello scambio, perché è lì che si vedono i nostri schemi. E dallo scambio si può cominciare a cambiare qualcosa.
Tre modi di stare nella nostra storia.
Dentro di noi convivono tre grandi modi di funzionare. Non sono ruoli e non sono maschere: sono modi reali di pensare, sentire e comportarsi.
Regole, giudizi, protezioni, voci interiorizzate. È quello che abbiamo sentito da piccoli: “si fa così”, “non si fa”.
Guarda la realtà del momento presente. Si chiede che cosa è vero adesso, non che cosa era vero a sei anni.
Porta emozioni, bisogni, paure, desideri e adattamenti antichi.
Una persona deve chiedere un aumento al proprio responsabile. L’Adulto potrebbe dire: lavoro qui da tre anni, ho portato risultati, posso preparare una richiesta chiara. Il Bambino dice: se chiedo, disturbo; se disturbo, mi rifiutano. Il Genitore interno aggiunge: non esagerare, accontentati, non fare la figura di quello che pretende.
Risultato: la persona non chiede. Poi magari dice: non è il momento, prima devo essere più sicuro. Quando il copione prende il comando, l’Adulto viene scavalcato, o arriva tardi.

Hai mai avuto la sensazione di recitare una storia che non hai scritto tu?
Nell’Analisi Transazionale, il copione è un piano di vita basato su una decisione presa nell’infanzia, rinforzato dalle figure genitoriali e giustificato dagli eventi successivi. Prende forma molto presto, tra i 3 e i 7 anni: da bambini osserviamo, sentiamo, interpretiamo, ci adattiamo. Capiamo che cosa fare per essere visti, che cosa è meglio non desiderare, quando conviene stare zitti.
All’inizio il copione ci protegge. Il problema è che poi cresciamo, ma spesso continuiamo a recitare la stessa parte. E il copione non aspetta passivo che la realtà lo confermi: se da bambino ho deciso che “tanto vengo sempre lasciato”, da adulto sceglierò, senza accorgermene, le persone giuste per essere lasciato. E dirò: visto? Avevo ragione.
Un copione non è ripetere. È decidere una volta chi sei e non rimettere più in discussione quella decisione.
Il lavoro non è cancellare la storia. È rileggerla.
Da dove viene questa abitudine ad aspettare il permesso? Da bambini riceviamo dei messaggi. L’AT chiama ingiunzioni quelli spesso non detti a parole, trasmessi con sguardi, silenzi, reazioni: “non farcela”, “non essere te stesso”, “non sentire”. E ci sono i messaggi espliciti, le spinte, i driver: “sii forte”, “sii perfetto”, “sbrigati”, “compiaci”, “sforzati”. Davanti a questi messaggi il bambino prende la sua decisione precoce, e da lì in poi recita.
Per fortuna esistono anche i permessi. Il permesso non è un incoraggiamento generico del tipo “puoi fare tutto”, che non serve a niente. È preciso: puoi chiedere, puoi dire no, puoi non salvare tutti, puoi fallire senza sparire, puoi cambiare idea, puoi non aspettare più.
Chi lo vive raggiunge lo scopo che si è dato.
Chi lo vive non raggiunge lo scopo che si è dato.
Il più diffuso: una vita “non male”, ragionevole, ma sempre un po’ sotto le proprie possibilità.
Il copione non è un destino. Berne usa la metafora della rana e del principe: il compito non è trasformare la rana in principe, ma aiutare la rana a smettere di vivere come se dovesse restare rana per forza. La parola chiave è decisione: se una decisione si è presa, una decisione si può riprendere. Si chiama ridecisione.
Come riempiamo il tempo per non guardare l’attesa in faccia.
Berne dice che abbiamo una paura enorme del tempo vuoto e passiamo le giornate a riempirlo. Lo riempiamo con i riti, come il “come stai? tutto bene”. Con i passatempi, il chiacchierare del nulla per non dire niente di vero. Con i giochi psicologici, litigi e dinamiche che conosciamo a memoria e che finiscono sempre allo stesso modo.
Tutto questo per non arrivare all’unica cosa che fa davvero paura: l’intimità, il contatto vero, il momento presente senza copione.
Un gioco, in AT, non è un divertimento. È una sequenza che si ripete e che si chiude sempre con lo stesso sapore amaro: “lo sapevo”, “nessuno mi capisce”, “ecco, il solito”. I giochi sono le scene brevi del copione. Riconoscerli è il primo modo per smettere di recitarli.

Che cosa li tiene fermi, se niente li trattiene?
Uso Aspettando Godot, la commedia di Samuel Beckett del 1953, come metafora per spiegare l’Analisi Transazionale. Due uomini, Vladimiro ed Estragone, che tra loro si chiamano Didi e Gogo come due bambini, aspettano sotto un albero un certo signor Godot. Non sanno bene chi sia né quando arriverà. Aspettano.
Potrebbero andarsene: la strada è lì, nessuna porta chiusa, nessuna catena. Eppure restano. “Andiamo.” “Non possiamo.” “Perché?” “Aspettiamo Godot.” È la scena di un copione. Godot è il permesso atteso da fuori: quel sì che aspettiamo da un genitore, da un capo, da un partner, dal momento giusto. E che da fuori non arriva mai nella forma in cui lo aspettiamo.
La capacità riguarda ciò che so fare. Il permesso riguarda ciò che mi autorizzo a fare. Spesso, guardando meglio, scopriamo che non manca la capacità: manca il permesso.
Anche gli altri personaggi sono un manuale di AT. Pozzo e Lucky, il padrone e il servo legato a una corda, sono due persone incollate in quella che si chiama simbiosi: Pozzo è tutto Genitore che comanda, Lucky è tutto Bambino che obbedisce. Nessuno dei due è intero, ed è per questo che non possono lasciarsi.
E quando Lucky parte con il suo monologo, un fiume di parole rotte, non sta pensando: sta recitando un copione che gli hanno messo dentro. Non parla lui. È parlato. Da qui il nome del mio lavoro teatrale, Io non parlo, sono parlato.
Il counseling non ti dice: alzati e vai. Ti aiuta prima a vedere che cosa stai aspettando, da quanto tempo, e che cosa temi che accada se smetti.
Uno spazio concreto, con un inizio e una direzione.
Una sessione conoscitiva gratuita per mettere a fuoco la domanda e capire insieme se iniziare. Non serve arrivare con una diagnosi di sé: spesso la domanda non è chiara, e va bene così.
Circa 50 minuti, online oppure in presenza a Milano, con cadenza settimanale o quindicinale.
Generalmente un ciclo di 8–12 incontri, concordato e valutato insieme.
Per chi può essere utile?
Per chi affronta una scelta, un cambiamento, una perdita, una difficoltà relazionale o sente di ripetere uno schema. Anche per chi non vive un disagio importante ma desidera ascoltarsi meglio.
Il counseling ha un campo preciso: accompagna la persona a orientarsi, a riconoscere risorse, limiti, decisioni, bisogni, permessi possibili. Se c’è una sofferenza psicologica importante, sintomi intensi, un trauma acuto, una depressione grave o disturbi che richiedono diagnosi e cura, serve un lavoro psicoterapeutico o medico.
Il counseling non è psicoterapia e non sostituisce percorsi psicologici, psicoterapeutici o medici quando sono necessari.
Una foglia non è ancora un albero. Ma è vita.
In Aspettando Godot l’albero, all’inizio, è spoglio. Nel secondo atto ha qualche foglia. In un’opera in cui non accade niente, due volte, è l’unica cosa che cambia. E nessuno dei due personaggi se ne accorge.
Per me il counseling assomiglia a questo. Non promette una rivoluzione né una guarigione magica, e non promette che Godot arriverà. Ti aiuta ad accorgerti della foglia: il punto in cui qualcosa, dentro una storia apparentemente ferma, sta già cambiando. A volte basta un no, piccolo, ma detto.
Richiedi una sessione conoscitiva
