Autostima bassa: perché ripetersi che vali non basta
Le frasi motivazionali durano un giorno. La voce che le smentisce ha anni di allenamento. Vediamo da dove arriva, con gli occhi dell’Analisi Transazionale.
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Come si riconosce un’autostima bassa
Non sempre si presenta come tristezza. Spesso si traveste da efficienza, da gentilezza, da modestia. Qualche scena tipica:
- Ricevi un complimento e lo restituisci subito: “Ma no, è stata fortuna”.
- Rileggi un messaggio cinque volte prima di inviarlo, per paura di fare brutta figura.
- In riunione hai l’idea giusta, ma aspetti che la dica qualcun altro.
- Dici sì a tutto, perché un no ti sembra un rischio troppo grande.
- Quando qualcosa va storto, la colpa è tua. Quando va bene, è merito delle circostanze.
Se ti ritrovi in almeno due di queste scene, non è il tuo carattere. Stai recitando una parte che hai imparato molto bene.
Una voce che conosci da molto
Quando pensi “non sono capace” o “non è il mio posto”, raramente stai descrivendo i fatti. Stai ripetendo una frase che hai imparato presto, da come ti guardavano, da quello che ti veniva detto, da quello che veniva premiato. In Analisi Transazionale parliamo di copione: un’idea di sé e della vita, decisa da bambini, che da adulti continuiamo a recitare senza ricordare di averla scelta.
Eric Berne, che ha fondato questo approccio, la chiamava un piano di vita. Il punto è che quel piano è scritto con le informazioni di allora, non con quelle di oggi.
Un’immagine concreta. Pensa a un attore che da vent’anni recita sempre lo stesso ruolo: il servo sciocco, quello che inciampa e fa ridere. Un giorno il regista gli propone il protagonista. Lui rifiuta: “Non sono capace”. Non è vero. È che il ruolo vecchio lo conosce a memoria, e quello nuovo gli fa paura. L’autostima bassa funziona così: non è mancanza di talento, è fedeltà a un vecchio copione.
Chi parla dentro di te
Gli Stati dell’Io sono tre modi di stare nella nostra testa: il Genitore, che giudica o protegge con le parole di chi ci ha cresciuti; il Bambino, che sente e reagisce come faceva allora; l’Adulto, che guarda i fatti di adesso. Quando l’autostima crolla, spesso un Genitore critico parla più forte e un Bambino adattato si fa piccolo. L’Adulto c’è, ma non ha il microfono.
Ripetersi frasi positive non cambia chi sta parlando. Serve prima riconoscere quale voce parla, e poi decidere se è ancora quella che vuoi ascoltare.
Le regole interne che ti tengono piccolo
Accanto al copione, l’Analisi Transazionale descrive le spinte: cinque messaggi che abbiamo imparato per sentirci “a posto”. Taibi Kahler le ha chiamate Sii perfetto, Sbrigati, Sii forte, Compiaci, Sforzati.
Quando l’autostima è bassa, tre di queste sono particolarmente rumorose:
- Sii perfetto: vali solo se non sbagli. Quindi non sei mai abbastanza.
- Compiaci: vali solo se gli altri sono contenti di te. Quindi il tuo valore dipende sempre da qualcun altro.
- Sii forte: non devi mostrare bisogni. Quindi non chiedi aiuto, e nessuno sa quanto pesa quello che porti.
Ognuna di queste regole promette: “Se la rispetti, andrà tutto bene”. Il problema è che il traguardo si sposta sempre un po’ più in là.
Un esercizio per questa settimana
Prendi un quaderno, o le note del telefono. Ogni volta che senti la voce critica, scrivi quattro cose:
- La scena: dove eri, con chi, cosa stava succedendo.
- La frase esatta che ti sei detto: “Ecco, come al solito”, “Ma chi ti credi di essere”.
- Chi parla: sembra un Genitore che giudica? Un Bambino che ha paura?
- Cosa direbbe il tuo Adulto, guardando solo i fatti di quella scena.
Dopo una settimana rileggi tutto. Probabilmente scoprirai che la voce usa sempre le stesse tre o quattro frasi. È il primo passo: un copione che vedi scritto fa meno paura di uno che reciti a memoria.
Cosa si può fare
Nel counseling lavoriamo su tre cose: dare un nome alla voce critica, vedere in quali situazioni si accende, provare risposte diverse con l’Adulto al centro. Non è un lavoro veloce, ma è concreto: parte da scene reali della tua settimana.
Se l’insicurezza è accompagnata da un malessere intenso o prolungato, è giusto rivolgersi anche a uno psicologo o a uno psicoterapeuta. Il counseling non sostituisce una cura.
Domande frequenti sull’autostima
L’autostima si può migliorare da adulti?
Sì. Il copione si è formato da bambini, ma da adulti abbiamo una risorsa che allora non avevamo: l’Adulto, la parte che osserva e sceglie. Il lavoro non è cancellare la storia, è rileggerla con gli occhi di oggi.
Quanto tempo ci vuole?
Dipende dalla persona e da quanto è radicata la voce critica. Un percorso di counseling dura in genere dagli 8 ai 12 incontri, con un obiettivo concordato all’inizio. Spesso i primi cambiamenti si notano nelle piccole scene quotidiane, prima che nelle grandi.
Counselor o psicologo per l’autostima?
Se l’insicurezza ti blocca in alcune situazioni ma la tua vita scorre, il counseling è uno spazio adatto per lavorarci. Se invece è accompagnata da un malessere intenso, da un’ansia che non ti lascia o da pensieri che ti spaventano, la figura giusta è uno psicologo o uno psicoterapeuta. Nel primo incontro ne parliamo con chiarezza.
Si può lavorare sull’autostima online?
Sì. Le sessioni in videochiamata funzionano come quelle in studio: 50 minuti, da un luogo tranquillo in cui puoi parlare liberamente. Per molte persone parlare dal proprio spazio rende più semplice aprirsi.
Se ti riconosci, parliamone
Se ti riconosci in quello che hai letto, puoi cominciare da una prima sessione gratuita, in presenza a Milano o in videochiamata. Per capire meglio il quadro, leggi Che cos’è il counseling in Analisi Transazionale oppure come funziona il counseling online.
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